La prevenzione della violenza di genere, del bullismo e degli abusi non comincia nelle aule di tribunale ma tra i banchi di scuola. Una numerosa letteratura scientifica dimostra chiaramente che l'aula è il luogo in cui si strutturano le relazioni tra pari, eppure la recente normativa si muove in direzione opposta, rendendo l’educazione socioaffettiva un corso extracurriculare a cui poter partecipare solo previo consenso informato di entrambi i genitori per le scuole medie e superiori, mentre vieta del tutto qualsiasi progetto educativo su questi temi nelle scuole elementari.
Questa decisione rappresenta l’ennesima occasione persa per scardinare gli stereotipi e insegnare agli studenti il rispetto dell'altro fin dalla scuola dell'infanzia, un intervento che ridurrebbe drasticamente l'insorgere di comportamenti tossici, prevaricatori o violenti in età adulta. Si perde così anche l'opportunità di aiutare i giovani a sviluppare la consapevolezza del proprio corpo, fornendo persino ai più piccoli gli strumenti linguistici e cognitivi necessari per riconoscere ed eventualmente denunciare precocemente molestie e abusi subiti, che spesso purtroppo si consumano proprio in contesti familiari o di prossimità. Inoltre, viene a mancare uno spazio alternativo e protetto, come quello scolastico, per imparare a gestire le emozioni e le relazioni, un luogo che avrebbe potuto liberare gli studenti dalle informazioni unidirezionali presenti in rete e sui social media, offrendo un'alternativa sana alla pornografia online, che a quell’età rappresenta una fonte di informazione distorta.
Per Cittadinanzattiva si tratta di un gravissimo passo indietro, poiché vietare o subordinare l’educazione socio-affettiva al consenso genitoriale nelle scuole impedisce di fatto agli studenti di accedere a informazioni corrette, scientificamente fondate e adeguate alla loro età. In merito a questo, Adriana Bizzarri, responsabile Scuola di Cittadinanzattiva, ha dichiarato che poiché l'educazione sessuo-affettiva non coincide con l'insegnamento della sessualità tout court, ma comprende l'educazione al rispetto, alla parità, alla conoscenza del proprio corpo, alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, della violenza e degli abusi, e alla costruzione di relazioni sane e responsabili, non si comprende perché la scuola non possa e non debba assolvere a questi compiti in autonomia.
L'effetto della legge è quello di scaricare l'ennesimo compito educativo sulle famiglie, sperando che queste abbiano gli strumenti per farsi carico di un simile percorso e dimenticando che non tutti i giovani hanno la fortuna di crescere in contesti sani, lasciando così privo di tutele chi vive in famiglie disfunzionali o violente. Adriana Bizzarri ha concluso evidenziando come sia paradossale che in un Paese come il nostro, che quotidianamente deve fare i conti con fenomeni di violenza di genere, discriminazione, bullismo e con l’aumento di malattie sessualmente trasmesse, anziché rafforzare e rendere strutturali i percorsi di educazione sessuale, affettiva e relazionale nelle scuole si pongano divieti e limiti di ogni sorta. Per questo Cittadinanzattiva Umbria auspica che gli enti locali e le comunità scolastiche, a partire dalle famiglie e dagli stessi ragazzi e ragazze nel caso degli istituti secondari, attuino forme di obiezione di coscienza nei confronti di una legge miope che non tutela la salute dei più giovani e viola diritti costituzionalmente garantiti.

