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I consumatori controllano il prezzo finale di un prodotto alimentare, ma raramente verificano i grammi o il costo al chilo. Accade così che lo snack, tanto amato negli anni ’80, oggi si nasconda nel pugno di una mano, che i biscotti della colazione finiscano prima del previsto o che lo stecco del gelato sia diventato così piccolo da spingere a mangiarne un secondo. Non si tratta di una semplice impressione né di una particolare sensibilità dell'industria verso porzioni più salutari: è la shrinkflation (dall'inglese to shrink, restringere, e inflation, inflazione).

In Italia il termine risulta poco immediato, tanto che si preferisce parlare di "sgrammatura" per descrivere la sottile riduzione della quantità di prodotto che avviene quotidianamente sotto i nostri occhi. La logica economica alla base è semplice: di fronte all'impennata dei costi di produzione e delle materie prime, per le aziende risulta poco strategico alzare il prezzo di listino e rischiare di perdere vendite. Diventa quindi risolutivo riprogettare l'offerta, riducendo le dimensioni del formato finito per mantenerne il prezzo di vendita costante. Si tratta a tutti gli effetti di un'inflazione mascherata che colpisce le tasche del consumatore al momento del pagamento e che non risparmia chi evita i cibi processati: le confezioni sempre meno piene riguardano infatti anche beni come la pasta e lo yogurt.

Per comprendere l'impatto reale di questa dinamica, basta considerare un pacco di pasta di una nota marca che passa dal formato classico da 500 grammi a uno da 450 grammi, mantenendo inalterato il prezzo di 1,10 euro. Il consumatore esce dal supermercato convinto di aver speso la solita cifra, ma porta a casa il 10% di prodotto in meno. Tradotto in numeri, il costo reale al chilogrammo sale da 2,20 €/kg a 2,44 €/kg: un rincaro effettivo del +11%, mascherato da un packaging spesso riadattato e privo di qualunque comunicazione trasparente.

Questo svuotamento progressivo delle confezioni incide pesantemente sul potere d'acquisto delle famiglie, già messo a dura prova da stipendi fermi da oltre un decennio. Per far quadrare i conti di fronte a rincari così diffusi, la risposta dei consumatori è spesso una "spesa di ripiego": si riducono i volumi complessivi acquistati o ci si sposta verso i discount e marchi commerciali più economici.

Proprio per contrastare questo impoverimento silenzioso Cittadinanzattiva Regione Umbria APS, attraverso il "Programma Regionale 2026 per attività di tutela dei consumatori", sta organizzando l'iniziativa "Shrinkflation: il prezzo nascosto" per affiancare i soggetti più vulnerabili, come gli anziani, nell'evitare le trappole dello scaffale.

Sul piano legale la sgrammatura si muove da sempre in una zona grigia: non costituisce di per sé un reato, poiché le aziende sono libere di modulare le proprie porzioni a patto che il peso riportato sia corretto. Tuttavia, la linea di confine tra marketing e pratica commerciale scorretta diventa sottile quando le confezioni nuove restano visivamente identiche alle precedenti. In questi casi interviene il Codice del Consumo (D.Lgs. 206/2005, artt. 21 e 22) e l'AGCM, pronta a sanzionare l'inganno sulla continuità dell'offerta.

Negli ultimi mesi, il quadro legislativo ha subito un'importante evoluzione. Una prima versione della norma, inserita nel DDL Concorrenza con l'art. 15-bis del Codice del Consumo nel 2024, prevedeva l'obbligo per i produttori di stampare un bollino di avvertenza sulla confezione per sei mesi in caso di sgrammatura.

La misura ha però subito lo stop della Commissione UE poiché l'imposizione di un'etichetta valida per il solo mercato italiano è stata ritenuta un ostacolo alla libera circolazione delle merci nell'Unione Europea.

Per allinearsi alle indicazioni di Bruxelles, il Governo ha quindi riscritto la disciplina con il decreto MIMIT del 15 luglio 2026, spostando l'onere informativo lungo la filiera. Viene meno l'obbligo per le aziende di modificare il packaging fisico, sostituito dal dovere di inviare una comunicazione formale della variazione ai distributori. La responsabilità di avvisare il consumatore passa così alla grande distribuzione e agli e-commerce, tenuti a esporre a scaffale avvisi dedicati per tre mesi per segnalare la riduzione di quantità del prodotto.

In attesa che l'applicazione degli “avvisi” diventi del tutto capillare nei punti vendita, la difesa principale del consumatore resta una sola: ignorare la cifra principale in cassa e verificare sempre il prezzo per unità di misura al chilogrammo o al litro.

SCARICA LA MINI GUIDA PER NON SUBIRE I RINCARI NASCOSTI

 

"Finanziato dalla Regione Umbria nell'ambito del Programma annuale Tutela del consumatore 2026”