Cinquant’anni fa, quando nacque il Tribunale per i diritti del malato, il nostro sogno era “trasformare gli ospedali italiani in… ospedali”. Cioè in luoghi di una cura sicura, umana, efficace, attenta ai malati, specie ai più fragili, agli anziani, ai bambini. Oggi il nostro sogno si applica, tal quale, alle Case della Comunità, che dovrebbero diventare luoghi veri, presenti, accoglienti, di una presa in cura prossima, integrata, proattiva, finalizzata a promuovere l’importanza della comunità nei percorsi di salute, a prevenire la malattia o, almeno, a migliorare le condizioni di salute e la qualità di vita delle persone.
C’è un numero che manca nell’ultimo Rapporto PIT di Cittadinanzattiva, giunto alla sua trentesima edizione e reso pubblico solo alcuni giorni fa, ed è quello che riguarda le segnalazioni dei cittadini riguardo le Case della comunità. È un’assenza che grida più di qualunque percentuale di reclami, perché parla chiaro sul fatto che le Case della Comunità sono tuttora invisibili alla maggior parte dei cittadini.
Come potrebbe d’altra parte essere diverso? Secondo l’ultimo monitoraggio Agenas, al 31 dicembre 2025, su 1.715 Case della Comunità previste, solo 66 — il 3,9% — risultano pienamente operative. Il 62,2% non ha ancora dichiarato attivo alcun servizio. Il quadro territoriale parla ancora più chiaro: delle 781 Case di Comunità con almeno un servizio attivo, 150 sono in Lombardia, 143 in Emilia-Romagna, seguite da 96 nel Lazio, 79 in Toscana e 64 in Veneto. Zero in Basilicata, numeri minimi in Abruzzo, Calabria e Molise.
Come accaduto già altre volte, tutto il dibattito delle ultime settimane — in previsione della scadenza del 30 giugno prevista dal PNRR — si è focalizzato su un unico punto, con un effetto persino paradossale rispetto alla realtà: se i medici di medicina generale - che in alcune Regioni del Paese non ci sono - all’interno delle Case della comunità - che ancora non ci sono - debbano avere il contratto di dipendenza o continuare a lavorare in regime di convenzione. Archiviato il tentativo di una riforma emergenziale, restano numerose altre “tensioni”, ben più di sistema, che è assolutamente necessario affrontare se si vuole che una delle riforme più ambiziose e più finanziate degli ultimi decenni produca effetti concreti sulla salute delle persone e delle comunità.
Per l’investimento che c’è stato e per le promesse fatte ai cittadini, questa riforma non può fallire, rappresenta una straordinaria occasione sulla quale non è ammesso alcun arretramento, anche in virtù dei fondi investiti. E non tanto per le Case della Comunità in sé, che restano pur sempre delle strutture, ma per il modello su cui esse scommettono. L’integrazione socio-sanitaria è l’unica risposta strutturale all’invecchiamento e all’impoverimento della popolazione; la presa in carico proattiva — anche grazie alla digitalizzazione dei servizi — l’unico processo efficace e sostenibile rispetto alla cronicizzazione delle malattie; la prevenzione e la promozione della salute, anche come pratica di empowerment individuale e comunitario, l’unico antidoto a bisogni di salute sempre più complessi.
Puntare l’obiettivo su queste tensioni, e mettere in campo azioni concrete per superarle, è quello che i cittadini si aspettano — e anche quello in cui, opportunamente coinvolti, possono dare un contributo partecipe e attivo. Proviamo a metterle in fila.
1. Responsabilità politica: chi difende, chi controlla
Nessun soggetto politico si è mai intestato apertamente il DM 77/2022. Nato più da un’iniziativa tecnica che politica, come risposta alla pandemia, inserito con la necessaria urgenza nel PNRR, contestato fin da subito dai professionisti sanitari per essere troppo spostato sulle strutture e troppo poco sul personale, è sopravvissuto ai cambi di governo senza un vero ingaggio né della politica e delle istituzioni — spesso ondivaghe nel giudicarlo a seconda del momento — né del mondo professionale. Il risultato è una riforma orfana da parte delle istituzioni: nessuna la difende con convinzione, nessuna può convintamente osteggiarla non fosse altro perché si tratta di una riforma nella quale sono stati investiti tanti, tanti fondi.
Le domande però restano: chi darà conto a chi se le Case della Comunità non saranno pienamente operative? A chi risponde una Regione che al 31 dicembre 2025 non ha dichiarato attivo alcun servizio in nessuna delle sue strutture?
Chiediamo che il Governo, al di là dell’obiettivo di acquisire i fondi del PNRR, si intesti l’onere di misurare gli effetti di questa riforma e ristabilisca una catena di responsabilità chiara e pubblica, con obiettivi misurabili e conseguenze reali, non limitata al monitoraggio degli adempimenti, ma all’effettivo funzionamento delle Case della Comunità a seguito delle azioni messe in campo da ciascuna Regione.
2. Nord verso Sud: una riforma che amplia le diseguaglianze
C’è una linea drammatica che taglia a metà il Paese anche nel caso delle Case della Comunità. I dati sono impietosi: oltre la metà delle 66 strutture pienamente operative si concentra in Lombardia (22) ed Emilia-Romagna (15). Agenas lo ha detto con chiarezza: le Case della Comunità pienamente operative sono spesso collegate a realtà regionali che partivano già da un modello organizzativo territoriale orientato a quello del DM 77. In alcune circostanze, l’avanzamento degli interventi relativi al PNRR ha determinato la rivisitazione e l’evoluzione di servizi che già risultavano operativi. Tradotto: chi era già avanti è rimasto avanti. Chi partiva da zero è rimasto indietro. La Corte dei Conti ha segnalato che le maggiori difficoltà si concentrano proprio nei Comuni più fragili.
Una riforma che avanza a velocità profondamente diverse tra le Regioni, e in particolare tra il Nord e il Sud del Paese, non riduce le diseguaglianze ma le certifica e le aggrava. Il rischio è che il PNRR, nato per colmare i divari territoriali, finisca per consolidarli. Chiediamo meccanismi di perequazione reali per supportare le Regioni che sono partite svantaggiate, ma anche “Piani di recupero” pubblici e vincolanti tra lo Stato e quelle Regioni che sono indietro e non raggiungono le soglie di funzionamento previste.
3. Se l’assistenza ospedaliera deve essere concentrata, quella territoriale sia prossima
La paura che le Case della Comunità si trasformassero in un progetto edilizio non si è rivelata peregrina. Finora, nella migliore delle ipotesi, si sono contati i cantieri, inaugurati i muri, fotografate le targhe. Ma una Casa della Comunità è il punto-rete di un nuovo modello organizzativo, non un edificio isolato. Le Case della Comunità nascono in un disegno reticolare con le Centrali Operative Territoriali, gli Ospedali di Comunità, il potenziamento dell’assistenza domiciliare, il decollo della telemedicina; nascono per riempirsi non soltanto di medici, ma anche di infermieri di comunità, psicologi e assistenti sociali. Visto poi che il parametro di una Casa della Comunità ogni 50-60.000 abitanti non le rende sicuramente strutture prossime, esse non possono che operare in rete con i medici di medicina generale presenti sul territorio, con le farmacie di comunità, con tutti gli altri servizi di prossimità quali Consultori, Centri per la salute mentale, Botteghe della salute.
Chiediamo al Governo e alle Regioni di riprendere in mano il disegno complessivo contenuto nel DM 77, e talvolta ulteriormente evoluto da altri provvedimenti e da altri Piani (Piano nazionale della prevenzione, Piano nazionale delle cronicità, Riforma della non autosufficienza), e di coordinarlo e monitorarlo come tale. Chiediamo che ogni Regione, con i suoi Distretti e le sue Aziende sanitarie, partendo dalla mappatura dei servizi presenti sul territorio, produca un “Piano integrato dell’assistenza territoriale” pubblico, accessibile ai cittadini, soggetto a monitoraggio civico.
4. Standard contro personalizzazione: il paradosso della prossimità
Una riforma che nasce per avvicinarsi ai bisogni delle persone non può essere attuata con un unico modello applicato uniformemente su 1.715 contesti diversi. Il DM 77 fissa standard necessari, ma la prossimità reale richiede adattamento. Una Casa della Comunità in un contesto urbano di 60.000 abitanti ha esigenze radicalmente diverse da quella che deve assistere 60.000 cittadini sparsi in un’area rarefatta, in una zona interna, in un territorio montano.
Pensate proprio per queste aree, infatti, le Case della Comunità sono state spesso collocate altrove, dove risultava forse più semplice attivarle. Ma, senza un’inversione potente dello sguardo rispetto all’organizzazione dei servizi e alle risposte di salute, si rischia di costruire, ancora una volta, soluzioni su misura delle aree più forti. Il disegno di servizi a misura di comunità fragili, la personalizzazione delle cure non sono il contrario dell’universalismo, ne sono la condizione.
Chiediamo che le scelte di politica sanitaria e l’organizzazione dei servizi siano pensati e progettati a partire dalle aree di margine piuttosto che secondo standard applicabili esclusivamente alle aree dense: citiamo su questo, primo fra tutti, il diritto di nascere – certamente in sicurezza – anche nelle aree interne.
5. Integrazione socio-sanitaria: il nodo irrisolto
C’è uno slogan molto attrattivo collegato alla riforma dell’assistenza territoriale: quello della casa come primo luogo di cura. Un orizzonte affascinante, ma al momento tutto da costruire se è vero, come è vero, che c’è un fenomeno che in letteratura clinica viene chiamato, addirittura, “barbonismo domestico”: persone che vivono in condizioni di degrado assoluto tra le mura di casa, invisibili ai servizi sociali perché non escono, invisibili ai servizi sanitari perché non si ricoverano. Sono i fragili tra i fragili. E nessun sistema che separa il sanitario dal sociale riesce a intercettarli. Così come nessun sistema sanitario riesce ad arrivare, in generale, ai cosiddetti hard to reach — a tutti coloro che non si recheranno mai a curarsi con le proprie gambe, tanto più in servizi divenuti a loro volta sempre più hard to reach. L’integrazione socio-sanitaria è scritta nel DM 77. Ma nella realtà si continua a operare in silos paralleli, con banche dati separate, operatori che non si parlano, fondi che non si intrecciano. Il Punto Unico di Accesso esiste sulla carta: in pochi territori è il luogo reale dove convergono bisogni complessi e risposte integrate.
Chiediamo che l’integrazione socio-sanitaria diventi un indicatore obbligatorio di funzionamento dell’assistenza territoriale — con la consapevolezza che curare un bisogno sociale vuol dire risolvere anche un problema di salute, e viceversa.
6. La Casa della Comunità, non le Case di comunità
Il DM 77 cita la “Comunità degli assistiti” come “parte attiva”. Il Manifesto sottoscritto da Cittadinanzattiva e da undici organizzazioni del Terzo settore chiede un confronto serrato con le istituzioni. La realtà, nella quasi totalità dei territori, è diversa: i cittadini non sanno dove si trovi la Casa della Comunità di riferimento, non sono stati coinvolti nella sua progettazione — fin dalla scelta del luogo in cui collocarle — e non hanno voce nella sua governance. Eppure le Case della comunità sono state concepite come il luogo in cui i cittadini, oltre a trovare risposte ai propri bisogni di salute e di integrazione tra bisogni sociali e bisogni sanitari, possono anche contribuire con spirito sussidiario a rispondere a quei bisogni. Possono essere il luogo in cui organizzazioni, gruppi, associazioni di impegno civico trovano uno spazio — anche fisico — per essere quello che spesso già rappresentano per la propria comunità: una risorsa di coesione e di tutela dei diritti.
Cittadinanzattiva chiede una campagna nazionale di informazione sui diritti dei cittadini rispetto alle Case della Comunità: cosa devono offrire, come si accede, cosa fare quando non funzionano. Sarebbe un utile esercizio di alfabetizzazione sanitaria, nella consapevolezza che cittadini informati sono i migliori alleati di una riforma ben fatta. E chiediamo che ogni Casa della Comunità non sia semplicemente dotata di spazi per i cittadini, ma sia essa stessa uno spazio dei cittadini, con accesso ai dati di funzionamento e possibilità di segnalazione e di proposta.
7. Terzo settore: partner o fornitore?
Negli ultimi anni la co-progettazione è diventata un obbligo normativo (D.Lgs. 117/2017, linee guida ministeriali) e, in troppi casi, anche solo un rito burocratico: il Terzo settore viene consultato a valle delle decisioni già prese, non coinvolto nella fase in cui le decisioni si formano. E spesso è inteso solo come il soggetto che eroga servizi per conto del pubblico, dimenticando che un altro modo di fare l’interesse generale in funzione sussidiaria è quello di difendere diritti, monitorare, segnalare, proporre.
Cittadinanzattiva rivendica il ruolo di advocacy del Terzo settore anche dentro le Case della Comunità: non solo dunque per gestire servizi, ma per essere presenza civica permanente, capace di leggere i bisogni dei cittadini che le istituzioni non vedono o non vogliono vedere. Chiediamo inoltre che la co-progettazione nelle Case della Comunità, quando finalizzata all’erogazione dei servizi, sia strutturata in modo che il Terzo settore sia presente fin dalla fase della co-programmazione, e poi nelle fasi dell’analisi dei bisogni, della co-progettazione e, infine, della valutazione.
8. Spazi, design e co-design: chi progetta per chi?
Una Casa della Comunità che non è accessibile, che ha sale d’attesa scomode, che non ha spazi per l’ascolto riservato, che non è raggiungibile con i mezzi pubblici, non è una Casa della Comunità, non protegge, non accoglie, non fa sentire “a casa”. Il co-design degli spazi — con i cittadini, con i pazienti cronici, con le persone con disabilità, con gli anziani — non è un dettaglio accessorio: è la condizione perché la struttura risponda ai bisogni reali di chi la deve usare.
Chiediamo che nessuna Casa della Comunità venga inaugurata senza aver svolto un processo di co-design con i cittadini del territorio di riferimento. E chiediamo che Cittadinanzattiva e le organizzazioni di advocacy siano parte strutturale di questi processi.
9. Monitoraggio procedurale contro esiti: contare le scatole, non i risultati
Finora l’attuale sistema di monitoraggio del PNRR conta strutture, contratti, collaudi. Non conta se i cittadini ricevono cure migliori, se le persone con malattia cronica vengono seguite con continuità, se i pronto soccorso si decongestionano. È un monitoraggio di processo, al momento l’unico possibile, ma in un sistema che a tendere dovrà misurare outcomes, esiti di salute.
Cittadinanzattiva ha una lunga esperienza di monitoraggio e audit civico. Siamo pronti a contribuire a costruire un sistema di rilevazione degli esiti percepiti dai cittadini, in un’azione congiunta e basata su indicatori condivisi dei miglioramenti e delle criticità che via via sarà possibile rilevare.
Cittadinanzattiva è presente nel dibattito sulle Case della Comunità come firmataria del Manifesto ‘Terzo Settore, salute di comunità: la Casa della Comunità’ oltre che come interlocutore storico delle istituzioni sanitarie nazionali, regionali e comunali sui temi della tutela del diritto alla salute e della partecipazione.
Fonte: Cittadinanzattiva Nazionale
77€ al mese: è quanto una famiglia umbra ha speso in media nell'anno scolastico 2025/2026 per la mensa di un figlio, sia per la scuola dell'infanzia che per quella primaria. Il costo regionale risulta essere inferiore alla media nazionale (che si attesta a 87€ per l'infanzia e 89€ per la primaria) e, a differenza del resto del Paese, in Umbria anche le tariffe per singolo pasto rimangono invariate rispetto all'anno precedente. La regione mediamente più costosa si conferma l'Emilia Romagna con 116€ mensili per l'infanzia e 115€ per la primaria, in sensibile aumento rispetto alla scorsa indagine. La regione più economica rimane la Sardegna con 61€ nell’infanzia e 65€ per la primaria.
A livello nazionale, il costo a carico delle famiglie per il singolo pasto cresce mediamente del 2,1% per l'infanzia e del 2,7% per la primaria. A livello di singoli capoluoghi di provincia, il primato di città più economica passa quest'anno alle famiglie di Cagliari che spendono 2,1€ a pasto per entrambi i gradi scolastici. Sul fronte opposto, Parma risulta la città più cara in assoluto sia per l'infanzia (7,8€ a pasto) sia per la primaria (7,1€). Fra le grandi città, si conferma il dato virtuoso di Roma, che rimane stabilmente nella classifica delle meno care con un costo a pasto invariato di 2,6€. In Umbria, come per il precedente anno scolastico, si pagano 3,2€ a Perugia e 4,4€ a Terni.
Questi i dati principali che emergono dalla “IX Indagine sulle mense scolastiche”, con la quale Cittadinanzattiva ha analizzato per tutti i capoluoghi italiani quanto paga una famiglia composta da tre persone, due genitori e un figlio minore, con un reddito lordo annuo di 44.200€ e un ISEE di 19.900€. Nel calcolo della quota annuale del servizio di ristorazione scolastica si è ipotizzata una frequenza di 20 giorni mensili per un totale di 9 mesi.
Mense e PNRR: l'Umbria sopra la media nazionale
Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito, oggi il 36,5% degli edifici scolastici statali in Italia è dotato di mensa, un dato in lieve miglioramento rispetto al 34,5% dell'anno precedente. L'Umbria si colloca decisamente al di sopra di questa media: nella regione il 40,6% degli edifici statali è dotato di un ambito funzionale per la mensa (328 edifici su 806). A livello nazionale, sul fronte dei fondi PNRR si registra una forte accelerazione: gli interventi finanziati per la costruzione o la messa in sicurezza dei locali mensa sono passati dai 961 rilevati a dicembre 2024 ai 1.975 attuali, di cui 926 prevedono la costruzione di nuove mense. In Umbria i progetti finanziati sono 29, di cui oltre la metà per nuove costruzioni.
I dati regionali
UMBRIA
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INFANZIA |
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COSTO PASTO |
COSTO MENSILE |
COSTO ANNUALE |
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CITTA’ |
2024 |
2025 |
Varia-zione |
2024 |
2025 |
Varia-zione |
2024 |
2025 |
Varia- zione |
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Perugia |
3,25 € |
3,25 € |
0,0% |
65 € |
65 € |
0,0% |
585 € |
585 € |
0,0% |
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Terni |
4,49 € |
4,49 € |
0,0% |
90 € |
90 € |
0,0% |
808 € |
808 € |
0,0% |
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Regionale |
3,87 € |
3,87 € |
0,0% |
77 € |
77 € |
0,0% |
697 € |
697 € |
0,0% |
Fonte: Cittadinanzattiva, IX Indagine Tariffe delle Mense scolastiche, a.s.2025 - 2026
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PRIMARIA |
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COSTO PASTO |
COSTO MENSILE |
COSTO ANNUALE |
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CITTA’ |
2024 |
2025 |
Varia-zione |
2024 |
2025 |
Varia-zione |
2024 |
2025 |
Varia- zione |
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Perugia |
3,25 € |
3,25 € |
0,0% |
65 € |
65 € |
0,0% |
585 € |
585 € |
0,0% |
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Terni |
4,49 € |
4,49 € |
0,0% |
90 € |
90 € |
0,0% |
808 € |
808 € |
0,0% |
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Regionale |
3,87 € |
3,87 € |
0,0% |
77 € |
77 € |
0,0% |
697 € |
697 € |
0,0% |
Fonte: Cittadinanzattiva, IX Indagine Tariffe delle Mense scolastiche, a.s.2025 - 2026
Mense esistenti: 328
Mense previste dal PNRR 29 di cui 17 nuove costruzioni
Fonte: Rielaborazione Cittadinanzattiva su dati Italia domani, febbraio 2026
Alcune proposte sulla ristorazione scolastica
Fonte: www.cittadinanzattiva.it
Il 14 giugno è la Giornata Nazionale dei Diritti del Malato, il momento in cui ogni anno rinnoviamo il nostro patto con i cittadini. Qui a Spoleto siamo in piena fase di preparativi e vi aspettiamo domani a partire dalle ore 10.00 in P.za della Vittoria con i volontari del Tribunale per i diritti del malato (TDM) di Cittadinanzattiva Umbria.
Come noi, decine di altri TDM in tutta Italia ascolteranno i cittadini, offriranno orientamento, raccoglieranno segnalazioni e illustreranno i servizi del Portale per la Tutela (pit.cittadinanzattiva.it). In Umbria, nelle strutture sanitarie ove siamo presenti, troverete affissa la locandina che ricorda quali siano i vostri diritti in sanità, con un’attenzione anche alla tutela dei professionisti sanitari.
Dal 1996 a oggi, il PiT Salute di Cittadinanzattiva ha dato voce a oltre mezzo milione di persone; in Umbria, come in altri posti del Paese, ci impegniamo ogni giorno affinché ogni segnalazione ricevuta non resti un fatto isolato, ma diventi leva per il cambiamento.
Nel pomeriggio di oggi sarà presentato il Rapporto PiT Salute 2026 — elaborato su 14.176 segnalazioni gestite nel corso del 2025 — la cui analisi ci dice che c'è ancora molto da fare. La prima barriera è l'accesso alle prestazioni: liste d'attesa insostenibili, agende chiuse illegalmente, persone che rinunciano a curarsi perché non possono permettersi il privato. A seguire, un'assistenza territoriale ancora frammentata... una descrizione sintetica nazionale che aderisce perfettamente all’attuale situazione sperimentata dai cittadini in Umbria. Il Servizio Sanitario Nazionale è a un bivio. E noi siamo qui per ricordare — alle istituzioni, prima di tutto — da che parte stare.
Liste d'attesa, medico di famiglia e invalidità civile: per approfondire questi temi, vieni a trovarci al nostro banchetto. Troverai materiali dedicati e assistenza per ogni tuo dubbio!
La prevenzione della violenza di genere, del bullismo e degli abusi non comincia nelle aule di tribunale ma tra i banchi di scuola. Una numerosa letteratura scientifica dimostra chiaramente che l'aula è il luogo in cui si strutturano le relazioni tra pari, eppure la recente normativa si muove in direzione opposta, rendendo l’educazione socioaffettiva un corso extracurriculare a cui poter partecipare solo previo consenso informato di entrambi i genitori per le scuole medie e superiori, mentre vieta del tutto qualsiasi progetto educativo su questi temi nelle scuole elementari.
Con oltre 150 sportelli in tutta Italia (10 dei quali in Umbria tra Tribunale per i Diritti del Malato, Sportello del Consumatore e Punto d’ascolto per il Disagio Lavorativo), 20.000 segnalazioni l’anno (+300 in Umbria) e con un’offerta del servizio gratuita (chiediamo solo di aderire alla nostra associazione), il prossimo 11 giugno 2026, dalle 16:30 alle 19:00, a Roma, a Palazzo Balestra (Piazza dei Santi Apostoli 49), sede della FNO TSRM e PSTRP, Cittadinanzattiva festeggia i trent'anni del PiT Salute, i Punti di Informazione e Tutela nati nel 1996 per difendere e orientare le persone nel rapporto con il Servizio Sanitario Nazionale.
Trent'anni di ascolto, segnalazioni raccolte, battaglie civiche e riforme concrete: un patrimonio che ha contribuito a rendere la sanità italiana più equa e vicina alle persone. Nel corso dell'evento sarà presentato il Rapporto Pit Salute 2026, occasione di confronto con rappresentanti delle Istituzioni e con i numerosi "compagni di strada" che, in questi trent'anni, hanno condiviso con Cittadinanzattiva percorsi e sfide a tutela del diritto alla salute.
La partecipazione è gratuita, previa iscrizione al seguente link: ISCRIVITI ALL'EVENTO
I primi mille giorni di vita sono decisivi per la salute e il benessere di ogni individuo. Per questo nasce “1000 Buoni Giorni. Salute, cura e diritti per bambine, bambini e famiglie”, la nuova campagna di Cittadinanzattiva che verrà presentata ufficialmente a Roma il 4 giugno (ore 17:00 - 18:00) presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica.
L'obiettivo è costruire un'azione civica forte contro le disuguaglianze nell'accesso ai servizi, accendendo i riflettori sulle fragilità sociali e le aree interne del Paese. Durante la conferenza verrà illustrato il documento programmatico rivolto alla politica e verranno svelati i progetti del “1000 Buoni Giorni Lab” (formazione, monitoraggio civico ed empowerment familiare), oltre ai nomi dei componenti del Board Scientifico.
Per partecipare occorre accreditarsi via mail scrivendo a :
Le difficoltà che i cittadini incontrano ogni giorno nei rapporti con gestori di energia, compagnie telefoniche, banche ed enti pubblici raccontano una realtà fatta di procedure complesse, documentazione da produrre e diritti spesso difficili da far valere senza un supporto qualificato.
L'attività dello Sportello del Consumatore di Castiglione del Lago ne è la dimostrazione. Dietro ogni pratica non c'è soltanto un problema tecnico o amministrativo, ma una persona che ha bisogno di essere accompagnata nella soluzione di una difficoltà concreta.
Il settore della telefonia continua a rappresentare uno degli ambiti più problematici della zona del Trasimeno.
Tra le segnalazioni raccolte figurano casi di doppia fatturazione, addebiti relativi a servizi già cessati, modem regolarmente restituiti ma ancora fatturati, apparecchi telefonici addebitati in bolletta e lunghi disservizi sulla rete fissa e sulla connessione internet.
In alcuni casi i cittadini hanno chiesto assistenza anche per il subentro nelle linee telefoniche dopo il decesso dell'intestatario o per problematiche legate alla presenza di infrastrutture considerate pericolose.
Particolarmente significativo anche il reclamo per il danneggiamento di una proprietà privata durante lavori sulla rete, con il taglio di un marciapiede e l'installazione di cavi e centraline senza il consenso del proprietario.
Le controversie più complesse sono state accompagnate fino alla fase di conciliazione presso il Co.re.com., dove le pratiche concluse hanno portato a un accordo favorevole ai cittadini.
Tra le richieste più frequenti risultano le pratiche legate alla gestione delle utenze domestiche. Numerosi cittadini si sono rivolti allo Sportello per effettuare volture mortis causa, a seguito della perdita di un familiare, con la necessità di trasferire correttamente i contratti di luce, gas e acqua agli eredi conviventi. In altri casi è stato necessario intervenire per sbloccare contratti rimasti sospesi, ottenere il rimborso di crediti derivanti da fatture di chiusura o recuperare bonus sociali non ancora riconosciuti.
Non sono mancate le richieste di rientro nel mercato tutelato per i clienti vulnerabili, di rateizzazione delle bollette e di assistenza nella compilazione della documentazione richiesta dai fornitori.
Lo Sportello ha seguito anche numerosi reclami nei confronti delle società di vendita dell'energia.
Tra i casi più significativi figura la contestazione di un contratto ritenuto poco trasparente, caratterizzato da costi fissi mensili particolarmente elevati, oltre alle richieste di annullamento di fatture emesse nonostante la cessazione del contratto e la chiusura del contatore.
Situazioni che evidenziano quanto sia importante verificare attentamente le condizioni contrattuali e controllare le bollette anche dopo la chiusura di una fornitura.
L'attività dello Sportello interessa ormai molti aspetti della vita quotidiana.
Tra le pratiche seguite figurano richieste di estinzione anticipata di finanziamenti, cessazione di servizi assicurativi, rateizzazioni di cartelle tributarie, esenzioni del canone televisivo, verifiche sullo stato delle pensioni e assistenza nelle pratiche con l'INPS.
Un'attività di orientamento che consente ai cittadini di affrontare con maggiore consapevolezza procedure spesso complesse e caratterizzate da una forte componente burocratica.
Oggi quasi tutte le pratiche richiedono competenze digitali.
Per questo lo Sportello affianca i cittadini nell'invio di PEC e posta elettronica, nell'attivazione di SPID e Carta d'Identità Elettronica, nella compilazione della modulistica online e nella gestione delle piattaforme necessarie per le procedure conciliative.
Un servizio che rappresenta un valore aggiunto soprattutto per le persone anziane o meno esperte nell'utilizzo degli strumenti digitali e che contribuisce a rendere realmente accessibili i diritti dei consumatori.
L'esperienza dello Sportello di Castiglione del Lago conferma come, dietro ogni pratica, vi sia l'esigenza di semplificare il rapporto tra cittadini, aziende ed enti pubblici, offrendo un supporto concreto che spesso permette di risolvere controversie, evitare errori e ottenere il pieno riconoscimento dei propri diritti.
"Lo Sportello è finanziato dalla Regione Umbria nell'ambito del Programma annuale Tutela del consumatore 2026”
Dietro ogni pratica aperta allo Sportello del Consumatore di Spoleto c'è una persona che cerca una risposta concreta: una bolletta troppo alta, un rimborso mai arrivato, una linea telefonica che continua a essere fatturata nonostante la disdetta o la necessità di orientarsi tra procedure sempre più digitali e complesse.
L'attività svolta conferma come le problematiche legate alle utenze domestiche rappresentino ancora il principale motivo per cui i cittadini chiedono assistenza. Energia elettrica, gas e servizio idrico sono al centro delle richieste, con casi che spaziano dalla verifica delle fatture alla rateizzazione dei pagamenti, dal rientro nel mercato tutelato all'esercizio del diritto di ripensamento dopo la sottoscrizione di nuovi contratti.
Tra le situazioni affrontate emergono anche richieste di chiarimento sulla normativa CMOR, sull'individuazione del fornitore di energia e gas attraverso lo Sportello Unico ARERA e sulla corretta applicazione degli indennizzi previsti per i consumatori.
Una parte significativa dell'attività riguarda la gestione dei reclami nei confronti dei gestori di energia e telefonia. Nel settore energetico i cittadini si sono rivolti allo Sportello per contestare morosità non dovute, ricalcoli delle bollette, consumi stimati ritenuti errati, mancati rimborsi dei depositi cauzionali e fatturazioni considerate poco trasparenti. In quasi tutti i casi le contestazioni hanno trovato una soluzione favorevole, mentre le situazioni più complesse sono state accompagnate fino alla procedura di conciliazione.
Non meno numerose le problematiche nel settore della telefonia. Tra i casi seguiti figurano linee mai cessate nonostante la richiesta di disdetta, interruzioni del servizio, migrazioni tra operatori non completate e fatture emesse anche dopo la cessazione del contratto. Questioni che spesso rischiano di trasformarsi in lunghi contenziosi se il consumatore non viene adeguatamente assistito.
Quando il reclamo non è sufficiente, lo Sportello accompagna gli utenti nelle procedure di conciliazione previste da ARERA e dalla piattaforma ConciliaWeb. Questo percorso consente spesso di risolvere le controversie senza ricorrere alle vie giudiziarie, con tempi più rapidi e costi pari a zero.
Accanto alle controversie vere e proprie cresce anche il bisogno di informazioni. Molti cittadini chiedono supporto per comprendere le offerte commerciali ricevute, leggere correttamente le bollette, verificare gli estratti conto, conoscere le regole sulla tutela della vulnerabilità nel mercato energetico o capire come richiedere una voltura del servizio idrico. Non mancano richieste riguardanti il commercio online, per imparare a riconoscere siti affidabili, oppure informazioni sui rimborsi previsti nell'ambito dei servizi pubblici.
Lo Sportello svolge oggi anche un'importante funzione di accompagnamento digitale. L’ operatore assiste i cittadini nella registrazione alle aree clienti dei gestori, nell'invio di PEC, nella trasmissione della documentazione necessaria per il rientro nel mercato tutelato, nella richiesta di riduzione della potenza elettrica, nell'invio di prove di pagamento e nelle pratiche online con la Pubblica Amministrazione.
Un servizio che, soprattutto per le persone meno abituate agli strumenti digitali, rappresenta spesso la condizione indispensabile per poter esercitare i propri diritti.
Tra le attività svolte rientra anche la raccolta di segnalazioni su situazioni che coinvolgono direttamente i diritti dei cittadini. Nel periodo è stata presa in carico una segnalazione relativa all’utilizzo di farmaci equivalenti. È un esempio di come lo Sportello non sia soltanto un luogo dove risolvere controversie contrattuali, ma un presidio di ascolto capace di intercettare problematiche che incidono concretamente sulla vita quotidiana delle persone.
"Lo Sportello è finanziato dalla Regione Umbria nell'ambito del Programma annuale Tutela del consumatore 2026”
Il sistema ematologico italiano si conferma un’eccellenza clinica nella cura del mieloma multiplo, con il 92,5% dei centri che garantisce l'accesso alle terapie innovative in meno di tre mesi, ma mostra al contempo profonde fragilità organizzative e sociali: la fotografia è quella di una rete ospedaliera in affanno in cui il 72,5% delle strutture denuncia un sovraccarico di pazienti e il 65% una grave carenza di personale. C’è anche un problema di frammentazione territoriale evidente, con il 45% dei centri ancora sprovvisto di un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) specifico e formalizzato. A pagare il prezzo di queste carenze strutturali sono soprattutto i pazienti e le loro famiglie, in particolare sul fronte dell'assistenza psicologica, un diritto che il 47,5% dei reparti fatica a garantire e che lascia insoddisfatta esattamente la metà dei malati. L'impatto della malattia travolge anche la sfera economica e logistica, costringendo l'81,1% dei pazienti a sostenere costi diretti di tasca propria, prevalentemente legati ai trasporti per raggiungere i luoghi di cura. Il peso dell'assistenza quotidiana ricade in modo totalizzante sui caregiver familiari, figure che nel 74,3% dei casi sono donne e in maggioranza (71,5%) in piena età lavorativa, sotto i 60 anni. Questo impegno ha costretto oltre il 37% di loro a lasciare o ridurre drasticamente la propria attività professionale, generando livelli di stress e stanchezza altissimi in quasi l'86% di chi assiste un malato. Tutto ciò avviene in un contesto in cui la "Carta dei Diritti dei Pazienti con Mieloma Multiplo" risulta essere uno strumento di tutela ancora sconosciuto all'87% dei diretti interessati.
L’Improvvisazione teatrale incontra SpreK.O.
L’8 maggio arriva a Perugia un evento speciale a ingresso gratuito!
Mariadele Attanasio, Alberto Cevile, Gregory Eve e Renato Preziuso in un nuovo, divertentissimo, format dedicato al tema speciale della serata: gli stili di vita sostenibili, con un po’ di amore per il nostro pianeta.