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25 novembre, tra le forme di violenza anche quella economica nega la libertà

Come per ogni anno il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne istituita dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1999, ci obbliga ad una riflessione sociale e culturale sull’andamento di una condotta, quella violenta appunto, ormai sistemica e strutturale.

Il 21 novembre scorso l’ISTAT ha pubblicato i primi risultati dell’indagine “Sicurezza delle donne” per l’anno corrente, registrando dati che restano negli anni allarmanti: il 31,9% delle donne italiane dai 16 ai 75 anni di età hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita, ossia circa 6 milioni e 400 mila donne.

Inoltre, sebbene ci sia maggiore consapevolezza della violenza che spesso nostro malgrado finisce per sfociare nei tristemente noti femminicidi (che, lo ricordiamo, sono atti violenti e deliberati contro le donne, in quanto donne), l’indagine considera nello specifico anche quelle donne che hanno un partner o lo hanno avuto in passato e che per il 12,6% sono vittime di violenza fisica o sessuale nell’ambito della coppia. Dai partner si subisce poi anche violenza psicologica (17,9%) e violenza economica (6,6%).

Proprio sulla violenza economica vorremo fare un approfondimento, in quanto è una delle facce più subdole del problema accanto a quella psicologica che non lascia segni visibili ma che può essere altrettanto dannosa e limitante.

Alla base della violenza economica vi è una strategia di controllo che l’abusante esercita con lo scopo di rendere la vittima dipendente da sé, ciò che viene confermato dal fatto che almeno una donna su tre ne è rimasta intrappolata (Report dati D.i.Re 2023). Di vera e propria trappola si parla infatti quando si viene estromessi dalla gestione del proprio denaro, del patrimonio familiare, dalle spese quotidiane, dall’avere un proprio conto corrente.

Oltre ad ostacolare l’indipendenza finanziaria, è possibile imbattersi anche in vere e proprie forme di sfruttamento, non solo dei guadagni e dei redditi percepiti (esasperati nei casi di separazione, divorzio o affidamento dei minori) ma anche del lavoro quand’anche non sia lo stesso proibito con motivi che denigrano le abilità e l’autostima del soggetto.

L’avvocata Ida Giuffrida che collabora con il Telefono Rosa, dà una precisa definizione di violenza economica, senz’altro utile al nostro scopo: “Consiste nel porre la donna in una condizione di dipendenza economica. La si induce a lasciare il lavoro per occuparsi della famiglia o a non cercare una propria autonomia in modo da tenerla legata a sé. La donna non ha la possibilità di gestire le entrate familiari, anche quando contribuisce con il proprio lavoro, professionale o casalingo, così da privarla di ogni autonomia decisionale all’interno del nucleo familiare”.

La Convenzione di Istanbul, ratificata in Italia nel 2013, si poneva proprio l’obiettivo di eliminare ogni forma di violenza ed ogni discriminazione perpetrata contro le donne. Uno degli strumenti più importanti è quello che riguarda i programmi di educazione che nella scuola possono realizzare un concreto cambiamento, come ad esempio quelli dedicati all’educazione sessuo-affettiva promossi da psicologi, associazioni e centri anti-violenza, eppure finora superficialmente ignorati dalle istituzioni (le ultime dichiarazioni della Ministra Roccella ne sono un esempio).

Maltrattare le capacità di una persona per renderla subordinata ad un’altra, o ancora, sabotarne il potere decisionale per usarlo a proprio vantaggio sono quindi, senza alcun dubbio o riserva, forme di violenza che non possono più essere tollerate.

Nel settembre del 2023 WeWorld in collaborazione con Ipsos e Fondazione Cariplo ha pubblicato una interessante indagine dal titolo “Ciò che tuo è mio” nella quale, tra le altre cose, si ben spiegavano gli effetti che la violenza economica può avere: scarsa autonomia economica, fiducia in sé stesse e competenze; ulteriori abusi (fino al femminicidio); difficoltà nel lasciare il partner violento; aumento dei debiti; impatto negativo sulla salute fisica e mentale; difficoltà ad accedere ai beni di prima necessità; difficoltà di accedere ai beni personali e alle proprietà; impatti economici (si parla dell’economic ripple effect quando alla lunga quelle conseguenze si abbattono sulla vita della vittima, come ad esempio il mancato sviluppo professionale, i salari persi, il denaro investito in spese legali, etc.); educazione e lavoro compromessi; conseguenze negative sui figli e sulle figlie.

Capitalismo, patriarcato, sterotipi, tutte facce della stessa medaglia. “L’indipendenza economica non riguarda solo le donne - ha dichiarato l’economista femminista Azzurra Rinaldi in una recente intervista a Reti Solidali - (...) se creassimo le condizioni per far lavorare le donne, ci sarebbe più Prodotto interno lordo, anche lo Stato sarebbe più ricco perché ci sarebbe più reddito da cui rimpinguare le casse dello Stato. In una prospettiva virtuosa, ciò porterebbe ad avere più e migliori servizi, più e migliori infrastrutture per tutte le persone”.

E dunque ché si fa? Si continua a monitorare, a fare informazione, a segnalare.

Non solo oggi, sempre.

RICORDA: Se ti trovi o assisti ad una situazione di pericolo immediato puoi chiamare il numero unico di emergenza 112, inoltre se ti serve supporto per situazioni di violenza e stalking puoi rivolgerti al 1522 o al centro anti-violenza più vicino.

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